J’accuse: GTA, ovvero Tamarreide in formato digitale

Milioni di copie. Milioni e milioni. Questo è il volume di vendita di Gta nel mondo, specie dal terzo capitolo ad oggi. Una serie che riscuote enorme successo, su molteplici piattaforme, capace di imporre un suo modo (?) di intendere il videogioco. Non si può negare che la Rockstar non ci sia riuscita, se questo era il suo obiettivo. Ora, anni orsono (2002) ero un baldo ragazzino in cerca di un bel gioco per PC, quando le mie giovini orecchie percepirono nel confuso vociare scolastico le parole dei miei compagni di classe: è uscito GTA 3, è un giocone, troppo togo, spettacolare, si può fare quello che cazzo ti pare, ecc ecc (ho evitato ulteriori volgarità, sviste dialettiche e altre amenità 🙂 . Insomma, perfino The Games Machine gli dà un bel votone, mi sembra superiore ad 85, se la memoria non mi trae in inganno. Bene, è deciso: “COMPRO GTA 3 ! “, pensai. Qui è doverosa una premessa… Il 95-96 % di tutti coloro che, a tutt’oggi, amano Gta lo fanno con questo capitolo in mente, come se fosse l’iniziatore di una saga. Ora, io per primo non ebbi occasione di giocare a Gta 2 su Ps1, lo ammetto. Chissà, magari la filippica che andrò a fare non vale per i capitoli in 2d. In ogni caso, i Buddha Celesti e le forze dell’universo mi hanno risparmiato inutili sofferenze, ed oggi fortunamente appartengo alla minoranza consistente in quel 4-5% di dissidenti.

Allontaniamoci dal classico discorso del “Ps2 moddate in mano a bimbominkia in piena tempesta ormonale, dvd masterizzato dal venditore ambulante di turno e concetto di diseducazione bla bla bla”. Non è questo il mio intento primario, visto poi che al massimo a quel tempo ero una sorta di “alieno” ludicamente parlando (“COME NON HAI LA PLAY 2 ED HAI QUELLA COSA… IL MEGADRIVE? CHE CAZZATA!”, mi sentivo dire…. non era ancora in mio possesso la mia amata Xbox, ma solo MD, Ps1 e PC, altrimenti gli avrei risposto con un bel 128 bit in faccia). Installare GTA 3 sul mio buon Windows XP fu qualcosa di cui non mi pentirò perchè nella vita bisogna prima provare per giudicare, ma che non rifarei mai più. Ero abbastanza piccolo, forse molto ingenuo, ma ero cresciuto con dei valori e degli schemi precisi, ludicamente parlando. Sonic, la Sega, Outrun… e poi Ryu, l’epopea Konami, la forza di Namco. Per non parlare di Id e la scuola di Fps. Mi aspettavo certamente un gioco diverso da tutto quello che conoscevo, ma capace di trascinarmi con forza dentro uno schema innovativo, pieno di azione e vastità. Tutti, TUTTI ne parlavano bene, non esisteva motivo per esitare… Forse, esitare avrebbe pagato di più. Mi si presentava innanzi uno spettacolo vasto, molto vasto ed al tempo stesso vuoto, vuoto come il nulla cosmico. Una città costruita con il solo obiettivo di dar sfogo alle manie distruttive del giocatore, dove le macchine possono saltare per aria con il bazooka, in virtù del fatto che non abbiamo altro da fare. Dove le missioni che il nostro novello delinquente che interpretiamo deve affrontare si succedono stanche, noiose, ripetitive e banali, tra le solite sparatorie con gli sbirri, i classici inseguimenti alla Hot Pursuit (magari…), le stupide missioni di scorta (“porta in salvo la puttana/pappone”), le rappresaglie alla polizia che dopo aver completato la missione ci lascia liberi di camminare come se nulla fosse successo. Sembra che il mondo sia il nostro paese dei balocchi che reagisce (male) in funzione alle nostre scalcinate azioni. Quello che Rockstar aveva forse in mente era un mondo vivo, pulsante. Ma il tutto si riduce ad un corri-corri per la città sulla prima macchina che riusciamo a rubare, cercando il prossimo checkpoint dove farci assegnare un’altra noisissima missione. “OH, MA CHE FIGO! POSSO CAMBIARE STAZIONE RADIO IN MACCHINA!” dice al vostro orecchio il bimbominkia remoto. Si figliuolo, ma dopo 5 minuti la cosa ha già rotto i maroni. Si scopre in breve che non ha granchè senso completare le missioni primarie, e manco secondarie, quanto piuttosto cercare di divertirsi ammazzanzo/bruciando/investendo chiunque nel raggio delle nostre armi/macchine, senza un motivo, senza una vera storia, senza un perchè. Ci si sente vuoti. Non ci aspettavamo di dover salvare l’universo, ma è un’eresia chiedere ad un titolo dalle così grandi potenzialità almeno un pò di profondità? Sembra che gli autori abbiano preso il geniale concept di Driver, e l’abbiano violentato, barbarizzato e gettato in un dvd da 4.5 gb, aggiungendo le sezioni a piedi. Perchè questo è GTA: l’esaltazione della violenza insensata, il soddisfare il casual gamer che non vuole applicarsi ad altro che non sia distruggere, la volgarità del C’mon Fuck You Bitch portata ai massimi livelli. Triste, molto triste (specie per i soldi spesi), me ne resi conto. E lo disintallai. Un gameplay vuoto, costruito sulla clientela sicura dei teenagers tutti Grande Fratello & Maria De Filippi, sulle mode di 50 Cent e Sean Paul, sul mito Gangsta… Non c’era nulla di davvero intrigante. E’ come poter fare tutto, ma non voler fare niente, perchè si vive in un mondo di noia. Ma ormai la linea era tracciata. Non era possibile tornare indietro. Rockstar vive su questa diffusa ignoranza ludica ed intellettuale da anni, si sa. Con una piccola speranza provai qualche anno dopo Vice City, quarto episodio, ambientato in pieni anni ’80.

La delusione permaneva forte, ma si riaccese una piccola speranza. Sarà per il fascino tutto Miami Vice del plot, sarà per le sgargianti macchinone rosse tutte simil-Ferrari, e per la leggendaria “She’s on Fire”, il buon Vice City si erge ad un rozzo tentativo di concretizzare Scarface sul mondo 128 bit. Tentativo sufficientemente riuscito, devo ammetterlo. La scelta di Rockstar di puntare su questo tema di pupe&palme&spiagge è ottima, e i progressi sul campo della varietà delle missioni sono evidenti. Piacevole, scorreva tutto liscio per i primi giorni di gioco. Poi si ripresentò: la noia, la nostra temibile avversaria NOIA. Mascherata da bikini succenti e macchinone di 5 m e passa, la dispersività e la sensazione di vuoto di Gta era ancora presente, forse in misura minore del terzo episodio, ma innegabilmente presente. Basta poco per capire che ci vuole ben altro che trucco e parrucco per cambiare radicalmente un sistema di gioco. Ma in fondo nessuno alla Rockstar voleva poi cambiarlo, questo tipo di concezione ludica. Arrivai a circa metà della campagna principale, poi lo abbandonai inesorabilmente. Meglio il dvd di Scarface. Credo che Vice City sia quello che abbia venduto di meno. Suppongo perchè non corrisponda pienamente ai canoni della generazione Ps2&De FIlippi di cui ho parlato prima. Pazienza, qui i numeri c’erano davvero tutti. Arriviamo dunque al grande aborto, alla volgarità personificata in un nome, un perchè: C.J., che è poi sinonimo di San Andreas…

Esempio di Tamarragine Estrema, enblema della volgarità, dell’inutilità e della vastità della rozzagine in salsa Rockstar. Ossia, come rovinare quel poco di buono che si era costruito in Vice City. CJ è uno stronzo volgare burino in pieno stile gangsta, in una città ancora più vasta, ancora più vuota, ancora più senz’anima. Immense starde piene di rozze-rozzissime costruzioni poligonali dove le persone sembrano inermi formiche in attesa che il casual gamer al joypad si sfoghi dei suoi problemi personali prendendoli a colpi di bazooka in faccia. Qui si esalta il concetto di violenza gratuita, di trama superflua, di smarrimento. Non c’è più nemmeno l’interesse a distruggere, si nota solo l’ultimo tentativo di assoggettare l’idea di un gameplay aperto e vitale ai bisogni di violenza e di cassa del mercato. E’ la fine, il tentativo è riuscito appieno. E’ l’episodio più venduto di sempre. Una ciofeca, costruito sui voti altissimi delle riviste specializzate, sul presunto concetto che vasto significhi libero e divertente. Ma la vera libertà (ludicamente parlando) è qualcosa di diverso. Giocatevi Morrowind, se volete respirare la libertà virtuale. Qui non si fa altro che ammazzare sbirri, punire gang, rubare macchine e vantarsi della canotta fighissima e della uzi con il colpo in canna. Senza un perchè, solo per accontentare le masse di teenagers e non, assetati di stupità virtuale votata alla violenza.

Sulla scia di Gta, sono nati numerosi “cloni”. Mi viene in mente True Crime, che pure è riuscito meglio di Gta. Quindi l’atto è compiuto. Si può dire che Rockstar è riuscita ad instaurare la sua legge nel genere, e a formarsi un suo target specifico di pubblico. Nessuno mi ha ancora spiegato, ad anni di distanza, quale piacere può scaturire dal distruggere tutto senza motivo per le strade di una rozza simil-Detroit, quando si potrebbe lasciare Gta 3,4 e 5 come utili sottobicchieri per poi immergersi in un mondo fantasy, oppure in un universo futuribile, oppure in un’arena di lottatori, insomma in qualsiasi altro gioco di valore… Mah.

E no, stavolta il classico “De Gustibus” non lo dico…

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